Visita al museo della SMI di Campotizzoro e discesa nei rifugi
 

Molto interessante la presentazione di Daniele Amicarella. Nella visita ai sotterranei antiaerei della fabbrica, atmosfera cupa, quasi opprimente.

 
18 giugno 2017
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Uno dei corridoi principali presenti nei sotterranei della SMI; da qui si accede ad altri corridoi minori ed a stanze adibite a scopi logistici. 
 

Dopo l’escursione mattutina sulle tracce del Vecchio Trenino FAP (vedi articolo dedicato), nel pomeriggio di domenica abbiamo visitato il Museo della SMI di Campotizzoro ed i suoi rifugi antiaerei. La SMI, fondata dalla famiglia Orlando nel 1911, è stata per quasi un secolo la più famosa fabbrica italiana di proiettili. La visita è stata un’esperienza interessante e coinvolgente, alla quale hanno partecipato gli escursionisti del mattino più alcuni altri interessati a questa seconda parte della giornata. Il gruppo era composto da pistoiesi e bolognesi, questi ultimi informati dell’iniziativa del Club Carpe Diem da Valerio Frabetti, che abita appunto a Bologna.

 

18 giu 2017 SMI 13002002Abbiamo potuto contare su un accompagnatore d’eccezione, Daniele Amicarella, noto ricercatore di storia locale, il quale ha scritto vari libri sulle vicende della Linea Gotica durante la II Guerra Mondiale. Ci ha fatto visitare prima il museo della SMI, consistente in alcuni locali tenuti benissimo, contenenti Didascalia Amicarellareperti delle varie epoche durante le quali la SMI ha operato. Ce ne ha illustrato gli scopi e, soprattutto, ci ha raccontato frammenti di storie legate alla fabbrica, recuperate da gente del luogo e che pochi conoscono. Ha parlato del terrore della gente, quando truppe delle SS in ritirata rastrellavano persone da mandare a lavorare nelle fabbriche in Germania; dell’arrivo dei partigiani a Campotizzoro e conseguente sua liberazione definitiva.

 

Amicarella ha anche narrato la sconosciuta e toccante vicenda di Kurt Kayser, un ingegnere tedesco sovrintendente della fabbrica in quel periodo, il quale protesse in ogni modo le sue maestranze, impedendo con vari escamotage che venissero deportate in fabbriche in Germania o uccise. Una per tutte, quando il 19 settembre 1944 fu ucciso il generale tedesco Wilhelm Crisolli, Kayser prima ritardò l’annuncio della sua morte e fece trasferire al nord il corpo (morto ma ufficialmente ancora vivo), poi si adoperò per evitare rappresaglie sulla popolazione, salvando molte vite umane. Per merito di Daniele Amicarella, adesso, in suo giusto ricordo, nel Comune di San Marcello resta una lapide inaugurata il 25 aprile del 2009, recante queste parole di Kaiser: "Durante la seconda guerra mondiale ho lavorato come ingegnere a Campotizzoro, il mio comportamento fu quello che dovrebbe avere ogni persona per bene, aiutare gli altri quando ne hanno bisogno".

 

L’accesso ai rifugi è dato da un portone metallico, posto a lato della famosa struttura in cemento armato a forma di proiettile di colore mimetico. Da qui siamo scesi nei sotterranei della SMI, costruiti dal 1937 al 1939, e la temperatura è a poco a poco calata fino a circa 10° C. Come potete vedere dalle foto sottostanti, nell’ambiente c’è solo l’essenziale per ospitare alcune migliaia di persone il tempo necessario a sopravvivere ad un bombardamento aereo o ad un attacco con il gas. Ci sono stanze adibite a infermeria e degenza dei feriti, dispensa, un altare e quanto altro è utile per sopravvivere completamente isolati. I rifugiati sedevano su serie di panche disposte ai lati di interminabili corridoi, avendo cura di stare il più possibile immobili per consumare la minore quantità di ossigeno. Ciò era pure ricordato, assieme ad altre norme ed indicazioni, sui tanti cartelli posti sulle pareti. Questi rifugi sono stati tenuti attivi anche dopo la fine della II Guerra Mondiale, fino alla caduta del muro di Berlino, perché ritenuti adatti a resistere perfino ad un attacco nucleare, all’epoca ritenuto possibile epilogo della guerra fredda.

 

Italiani, avverbi di oggi figli di avverbi di ieri?

 

Mi è venuto in mente non appena l’ho visto. Rifugi SMIIl cartello che vedete a lato potrebbe pure essere attuale, non credete? E penso non vi troviate alcunché di strano nella sua formulazione. Il significato ed il motivo sono chiari: non si deve sputare per terra; non solo per buona creanza ma perché, trovandosi in un luogo chiuso ed a contatto con molte altre persone, c'è il pericolo di contaminazione e proliferazione batterica.         E allora, se vi dicessi che qualcosina di anomalo ha, mi chiedereste: - Cosa? È forse perché è vecchio o è scritto con caratteri obsoleti No, non si tratta di questo, ma osservate come lo scriverebbero ad esempio gli inglesi.

“It is forbidden to spit”. Ovverosia: “È proibito sputare”, semplicemente.

Nel nostro cartello c’è un avverbio in più, perché? Verosimilmente per lo stesso motivo di questi altri esempi:
“La domanda deve essere presentata entro e non oltre il 31 maggio 2017”. Perché non oltre? La data del 31 maggio dovrebbe già essere vincolante.
“È severamente vietato calpestare le aiuole”. Perché è necessario aggiungere severamente?
“È tassativamente proibito/vietato… eccetera”.

 

Ma questi esempi (ce ne sono tanti altri) cosa alfine significano? A mio avviso la risposta è semplice: senza l’aggiunta del ridondante avverbio rafforzativo, molti italiani è probabile non rispetterebbero il divieto posto nel cartello o la norma in questione. Penserebbero infatti, con un po’ di noncuranza latina, che sono solo mezzi divieti, ignorabili e soltanto l’aggiunta dell’avverbio li rende tassativi. Così        nel nostro cartello che proibiva di sputare per terra, se non ci fosse stato quell’”assolutamente”, è molto probabile che qualcuno lo avrebbe fatto!                      Per concludere, probabilmente qualche nostro difettuccio di oggi ce lo stiamo trascinando dietro da molto tempo, fin da prima della II Guerra Mondiale…

   

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  Alcune immagini tratte dal museo della SMI e dai suoi sotterranei.

 

  

 
 
  

 

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